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È possibile definire il design? Ci hanno provato in molti scoprendo quasi subito quanto la questione fosse complicata, perché il design risulta essere una disciplina mobile che, per sua natura, tende continuamente a rimettere in discussione non solo i fini ma anche i confini entro i quali lavorare. In diversi ci hanno provato nel secondo dopoguerra, quindi in un momento in cui la società si basava sui principi di progresso lineare, di pianificazione razionale, e c’era un’idea diffusa secondo la quale l’industria sarebbe stata il primo strumento di sviluppo. In questo contesto teorici, architetti ed intellettuali diedero definizioni rigorose, perentorie, del disegno industriale.
Tomás Maldonado scriveva ad esempio: «[il design] è la progettazione di oggetti fabbricati industrialmente, cioè tramite macchine, in serie»1. Giulio Carlo Argan seguiva la scia razionalista di Maldonado ma con una forte influenza delle posizioni marxiste di quegli anni. Ben presto si capì che una definizione difficilmente si poteva fondare solo su questioni tecniche oggettive, ma non poteva che sfociare nel campo dell’ideologia, dell’etica e a volte della morale.
Data l’impossibilità di rendere imparziale una definizione sul design, designer come Alessandro Mendini o Ettore Sottsass si impegnarono a costruire contro-definizioni in perfetta antitesi alle posizioni di chi li aveva preceduti: «il design è dove finiscono i processi razionali e cominciano quelli magici»2. È chiaro che le definizioni sul design perdono l’ambizione primaria di definire, e si trasformano inevitabilmente in manifesti programmatici